Ma l’anoressia è davvero così aumentata? Ed è sempre la stessa anoressia?

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L’Anoressia nervosa (AN) è indiscutibilmente aumentata, diventando un fenomeno sociale allarmante, tale da meritare un’attenzione particolare nel Piano Sanitario Nazionale di tutti i paesi occidentali. E’ vero che il quadro sintomatologico dell’anoressia (rifiuto del cibo, calo ponderale, iperattività, manovre elusive) è in sensibile aumento.

Ne è prova la verifica della casistica dei DCA (Disturbi della Condotta Alimentare) dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria Infantile del Gaslini, accesso di elezione per i pazienti pre- e adolescenti.
Qualche numero per renderci conto del fenomeno: se prima del 2000 il numero dei casi non era rilevante (181 pazienti in 24 anni, dal 1976 al 1999), oggi il numero di pazienti è in considerevole ascesa, con una media di 20 casi circa in un anno ( 268 pazienti dal 2000 al 2014).

In questa casistica la parte del leone la fanno proprio i pazienti con Anoressia che costituiscono il 70% dei casi.

Ma è sempre la stessa che abbiamo studiato sui test canonici di psichiatria?

Si, se si guarda al solo corredo sintomatologico, no se guardiamo ad una diagnosi di struttura.

Le pazienti con Anoressia Nervosa – patologia prevalentemente femminile – ha un quadro personologico identico per tutte: generalmente ben dotata o sopradotata sul piano intellettivo, studente brillante e di successo, figlia modello che risponde ai desideri e alle aspettative dei genitori, ma scarsamente integrata socialmente. L’amica privilegiata è infatti la figura materna con cui vi è spesso un legame (para)simbiotico: il padre è spesso un marito marginalizzato e la moglie una donna scontenta del suo ruolo che investe tutto sulla figlia.

Il nucleo centrale della malattia della ragazza è il rifiuto di entrare nell’adolescenza ed assumere il ruolo femminile sessualizzato. Traducendo pari pari dall’inconscio bambino (“mangia che diventi grande”), con il rifiuto del cibo cerca di mantenere la condizione infantile di protezione e appagamento, da un lato e di restare a salvaguardia della madre dall’altro. Nello stesso tempo risponde ad un modello “ascetico” di controllo dei bisogni e delle pulsioni.

Ne sono prova i disegni della figura umana (che dovrebbero rappresentare l’ideale di sé) e – qualunque età abbiano le ragazze – raffigurano una bambina di età inferiore, poco connotata sessualmente.

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Disegni di due pazienti di 14 e 16 anni, con Anoressia Nervosa “ascetica”, che si raffigurano come bambine più piccole.

Questo tipo di Anoressia Nervosa esiste ancora, con la stessa frequenza. Ma la maggior parte dei quadri anoressici di oggi, così dilaganti nella loro sintomatologia sovrapponibile, non hanno uguale percorso scolastico, sociale e familiare, e soprattutto non hanno lo stesso profilo personologico.

Al contrario dell’Anoressia Nervosa “classica” che sembra inventrice originale della sua malattia. le “nuoveAnoressie Nervose sembrano avere “imparato” i sintomi dagli amici, dai media, dai siti web dedicati, modellandosi sull’ideale estetico proposto dalla moda e dalla società attuale che sembra imporre il dictat “solo magro è bello”. Questo non significa che non abbiano problemi e personalità fragili che meritano attenzione e cure, ma che il “trigger” della sintomatologia (ovvero le cause scatenanti), ha altre motivazioni.

Se guardiamo i disegni di queste “nuove” anoressiche ci rendiamo conto di come abbiano abbandonato l’ideale ascetico, a favore di un ideale superficialmente “estetico” dove le connotazioni sessuali sono evidenti e la figura femminile è un oggetto di desiderio.

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Disegni di due pazienti di 11 e 13 anni, con Anoressia Nervosa “estetica”, che si proiettano in età più grandi”.

E quindi: è sempre la stessa anoressica? E i modi di approccio e di intervento possono continuare ad essere gli stessi?

Se l’Anoressia Nervosa “classica” traeva (e trae) immediata efficacia dalla psicoterapia, l’obiettivo più urgente con le Anoressie Nervose di oggi è smantellare il sintomo e la sua idea prevalente che ostacola l’alleanza terapeutica. E questo può avvenire solo attraverso la rieducazione alimentare che comporta incontri regolari con le dietiste, pasti assistiti e condivisi con gli psicologi tirocinanti (tutor) che fanno parte dell’équipe.

E’ stato obbligatorio modificare le modalità di intervento: l’équipe terapeutica e tutto il personale sanitario hanno dovuto “reinventarsi” per imparare a confrontarsi con più pazienti coesistenti in ricovero, pazienti che per le loro caratteristiche hanno attitudini di rivalità ed emulazione e tendono a creare alleanze “negative” contro gli operatori.

E quindi oggi si propongono anche incontri di gruppo con i pazienti e con le loro famiglie. Inoltre, per rendere la degenza meno avulsa dalla realtà e per rintracciare risorse che sostituiscano il solo ideale estetico, ci si avvale di terapie complementari, dall’arte terapia al teatro danza, che scandiscono la giornata delle pazienti e le impegnano in qualcosa di gradevole e produttivo.

Insomma, pur restando un reparto che ha patologie di vario tipo, la presenza in contemporanea di queste pazienti ha fatto sì che cercassimo di assumere le caratteristiche e le modalità che appartengono ai Centri dedicati alla cura dei Disturbi della Condotta Alimentare.

Senza dimenticare la Scuola, presente in tutto il suo ciclo – da quella dell’infanzia, a quella primaria e secondaria, fino alla possibilità – nel caso di pazienti della scuola superiore – di avere presenti professori di Liceo che ne mantengono la continuità con la scuola di appartenenza, senza creare fratture con la vita quotidiana.

Per informazioni:

MargheritaSavoini@ospedale-gaslini.ge.it

Tel. 010 56362703

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Psicologa – psicoterapeuta, UO e Cattedra di NPI). Presente dal 1976 nella NPI del Gaslini prima ancora di finire la prima laurea (Filosofia con Indirizzo Psicologico ), poi laureata a Padova nel 1981 in Psicologia. La sua prima paziente è stata una bambina anoressica e di lì si è appassionata a questa patologia di cui ha una casistica personale ragguardevole collezionata in 40 anni. “Non è vero che non si guarisce mai dall’anoressia: ho un sacco di “nipotini” (oltre i miei di sangue) figli delle “mie” ragazze che hanno ritrovato la propria serenità. Il legame con le loro mamme non finisce mai.”

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