L’emorragia intraventricolare del nato pretermine oggi

Ramenghi
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L’emorragia intraventricolare del nato pretermine oggi

L’esperienza di ricevere l’informazione che il proprio bimbo ha un’emorragia cerebrale in un neonato è cosa che ovviamente spaventa sempre. Tuttavia non sempre si tratta di una paura giustificata, in particolare nel caso di un nato pretermine. Proviamo a capire come la scienza viene in aiuto di questi casi clinici, e come anche la notizia più grave possa risolversi grazie al sapiente lavoro dei professionisti medici.

Innanzitutto ricordiamo che ci sono emorragie ed emorragie. E’ vero che alcune forme, le più gravi, possono complicarsi perché i ventricoli cerebrali, quando arriva del sangue al loro intorno, possono aumentare progressivamente di dimensioni; tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi questo non avviene, così come non avviene – se non raramente – un coinvolgimento dell’adiacente parenchima.

Ad ogni modo, al Gaslini siamo in grado di curare, specie se i neonati arrivano tempestivamente all’attenzione dei neurochirurghi, questa dilatazione progressiva dei ventricoli cerebrali stessi, con una derivazione esterna, temporanea, che permette, quasi nell’80 % dei casi, di evitare di posizionare poi, una derivazione ventricolo peritoneale permanente.

L’emorragia intraventricolare del nato pretermine oggi

Le forme più lievi sono piuttosto frequenti, specie nei nati pretermine di bassa età gestazionale. Infatti più è bassa l’età gestazionale, maggiore è il rischio che un nato pretermine sviluppi questa patologia. L’emorragia ha origine dalla matrice germinativa, che è una struttura particolarmente attiva nelle prime 22-24 settimane di vita fetale e dopo progressivamente scompare, entro le 32-34 settimane di gestazione.

Questa emorragia si presenta nei primi tre giorni di vita, al massimo i primi 4, di più se i neonati pretermine nascono in condizioni difficili, con un punteggio di Apgar basso (è l’indice ideato nel 1952 da Virginia Apgar di alcuni controlli effettuati immediatamente dopo il parto in modo molto rapido, per valutare l’adattamento del neonato alla vita extrauterina, ovvero la vitalità e l’efficienza delle funzioni vitali primarie) e sono particolarmente instabili nei primi giorni di vita, che rimangono sempre i più difficili.

Esser riusciti a far nascere i neonati prematuri in condizioni cliniche sempre migliori è uno dei fattori che ha permesso una drastica riduzione di questa patologia, anche se, nelle fasce di gestazione più bassa, essendo le condizioni cliniche di questi bimbi piuttosto difficili, non sempre si riesce ad evitarne l’insorgenza.

Per far diagnosi si utilizza l’ecografia cerebrale transfontanellare, ormai da diversi anni, ma nel nostro ospedale, studiamo meglio tanti altri aspetti di queste emorragie, ad esempio di come influenzino, eventualmente, la maturazione cerebrale, attraverso metodiche più sofisticate come la Risonanza Magnetica Nucleare.

Dott. Luca Antonio Ramenghi

L’emorragia intraventricolare del nato pretermine oggi

 

Postilla

L’emorragia intraventricolare (“IVH” per gli autori anglosassoni), può essere usata come strumento di misura degli esiti della prematurità, quando ci si confronta su enorme data-base mondiale, fatto ogni anno, che quindi può fare da media di riferimento ottimale, il VON (Vermont Oxford data base).

Questo network elabora dei dati derivano dall’analisi di più di 6000 neonati pretermine con peso alla nascita inferiore ai 1500 grammi, i Very low Birth Weight.

Il grafico sottostante esprime la percentuale di queste complicanze, quali IVH gravi (terzo grado con dilatazione e/o quarto grado con interessamento parenchimale), displasia broncopolmonare = BPD, retinopatia del pretermine = ROP), in blu e rosso i nostri dati, al Gaslini.

 

IHV-VON

IVH = emorragia intraventricolare; VON = Vermont Oxford Network (data base estratto da 660.000 neonati VLBW nei reparti di 32 nazioni occidentali)

 

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Direttore dell’Unità Operativa Patologia e Terapia Intensiva Neonatale dell’Istituto Giannina Gaslini.

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